Marcella

Marcella Marone Pittaluga, nasce a New York nel 64, cresce a Torino che lascia nel 1988 per la Spagna, poi Francia, Svizzera, Stati Uniti e finalmente Cile dove vive e lavora 11 anni insieme alla sua famiglia.

Oggi vive tra la Toscana e il Cile.

La passione per la fotografia nasce fine anni 80, quando suo padre le regala la sua vecchia Nikon e un ingranditore Meopta.

Lavora per un periodo a Nizza nel 92 con il fotografo Martinetti, sviluppando le sue prime foto in B&N in camera oscura e lavorando sul colore scattando diapositive nel sud della Francia.

A New York nel 95’, frequenta ICP (International Center for Photography), dove approfondisce il lavoro in bianco e nero, street photography e camera oscura in un ambiente estremamente vivo, dove il lavoro di gruppo e il confronto interpersonale tra fotografi di diversi ambienti la aiuta ad approfondire la tecnica e la propensione al ritratto e al reportage. Da allora in poi scatta con una Leica R5 e sviluppa autonomamente i suoi scatti con un ingranditore Besseler: il centro del suo mondo fotografico diventa per sempre l’essere umano, in tutte le sue sfaccettature.

 In Cile (1996/2005), alla Universidad Catolica de Chile, segue la fotografa Patty Novoa, con cui si lavora a progetti specifici mirati e resa del lavoro in camera oscura e dove, utilizzando le tecniche più varie, lavora sullo sviluppo del colore e bianco e nero e colore applicato alle immagini in bianco e nero, tecnica che le tornerà utile negli anni a venire nel passaggio dall’analogico al digitale. La grande esperienza, professionalità e umanità di Patty la aiutano ad affondare le dita ancora più profondamente nel rapporto stretto tra tecnica fotografica e ritratto.

In questo periodo cileno ai confini del mondo che dura undici anni, si dedica a Santiago a ritratti su commissione, sviluppa il progetto personale Manos a La Vega e collabora con la progettista d’interni Jaqueline Domeyko  nella creazione di ritratti studiati, mentre nelle campagne del Cile, nascono alcuni dei personaggi per i suoi progetti.

Il rientro in Italia la vede affrontare il passaggio al mondo digitale: tradurre il processo analogico che parte dallo scatto e termina nello sviluppo e stampa manuale dell’immagine digitale è un processo completamente nuovo ed estremamente complesso, a cui ancora oggi continua a dedicarsi con passione in collaborazione con lo studio di Antonio Manta.

Su questa base riparte con progetti personali di reportage e ritratti, viaggiando rigorosamente sola, ricercando con un misto di  rispetto, calma, curiosità e i ‘tempi lunghi’ necessari,  il contatto con gli esseri umani e il loro mondo, in uno spazio dove chiede di essere ammessa per aver modo di entrare sotto la pelle della loro stessa identità.

Dal buio dell’otturatore, dunque, verso la luce e il mondo: LA GENTE, prima di tutto, e il contatto ‘animico’ che si crea necessariamente prima di uno scatto.

“Verso la luce passando per le mie ombre”

Mi sono state sempre strette le regole, e la vita stessa, maestra, mi ha mostrato dove erano le catene.

La fotografia è il luogo dove respiro, dove istintivamente seguo flussi di lavoro non prestabiliti, dove le regole cambiano magari solo a seconda delle luci o delle sensazioni animiche, dove lascio spazio a processi creativi flessibili e dove il linguaggio fotografico stesso mi nutre negli incontri in cui disegno i miei personaggi.

Il dramma è una realtà che conosco e che ha permeato tratti della mia esistenza, premendo sulle gambe come filo spinato: i miei soggetti, i miei personaggi e la mia ricerca convergono istintivamente nella direzione opposta, quasi a redimere il dramma stesso in una visione tesa alla ricerca di una via di uscita: la luce penetra calda attraverso una sorta di “antropologia dell’incontro” ed è emanata dagli  esseri umani  stessi che  attraverso la lente si trasformano diventano  ali per volare oltre. 

Attraverso l’esperienza fotografica guardo l’Uomo camminare le diverse e complesse strade dell’esistenza: dal pozzo profondo della vita percepisco il palesarsi della speranza, della forza, della insaziabile capacità dell’uomo in costante tensione verso l’uscita all’oblio dell’oscurità…. lavorare in modo indipendente e in solitudine mi permette di gestire luoghi e tempi necessari a capire ed ascoltare questo processo.

Il progetto fotografico diventa finalmente un viaggio libero in cui mi muovo dall’ interno di me stessa verso l’esterno, creando energie e corrispondenze biunivoche che diventano immagini.

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